La settimana di Sanremo

Questa è la settimana di Sanremo. La settimana nella quale tutti, chi più chi meno, seguono le vicende legate al festival. Anche quelli  che dicono di non farlo, mai sia.

Io lo seguo da sempre e non me ne sono mai vergognato, anzi è sempre stato un metodo efficace per defilarmi da discussioni troppo impegnate sull’iperuranio, “comunque io vedo Sanremo, ciao”.

C’è un’edizione in particolare alla quale sono legato, quella del 2000, condotta da Fabio Fazio con Pavarotti e Teo Teocoli. Era l’anno del Giubileo, di D’Alema e Berlusconi che amoreggiavano, dei funerali di Craxi ad Hammamet e Jovanotti e Bono che chiedevano di cancellare il debito pubblico dei paesi poveri.

Uno dei momenti più belli di quel festival sicuramente l’esibizione degli U2, ma per un motivo in particolare. Bono, accompagnato alla chitarra da The Edge, canta ‘the ground beneath her feet’. Ad un certo punto scende nel buio della platea e dopo qualche secondo l’occhio di bue cade su Mario Merola in piedi ad applaudire l’esibizione  e a far crescere l’hype nell’Ariston con inequivocabili gesti di approvazione del capo. Bono imbarazzato, momento altissimo.

Quella del 2000 è stata anche un’edizione riuscita dal punto di vista artistico con tanti nomi che negli anni a seguire hanno dato tanto alla musica italiana: Carmen Consoli, Subsonica, Tiromancino con Riccardo Sinigallia, Moltheni, Max Gazzè, ma uno dei pezzi più belli di quel festival e degli ultimi vent’anni è stato sicuramente questo qui.

Almeno per me

 

L’anno che arriva

Quello che ci si lascia alle spalle per sempre.

Quello che si decide di portare appresso nell’anno nuovo.

Quello che, di anno in anno, da tanti anni, si decide di portare insieme: gli amici, la musica, i ricordi.

Quello che, col passare degli anni inizia a far parte di te, e non te lo porti insieme, sei semplicemente tu.

Ciao 2016

 

 

I cinque minuti di Brunori

Qualche giorno fa Brunori è tornato con cinque minuti di quelli importanti, di quelli che si ricorderanno per tanto tempo, secondo me.

Cinque minuti che ti violentano dentro e che ti mettono di fronte alle cose con cui tutti abbiamo fatto, facciamo e faremo i conti prima o dopo.

E’ tornato per dirci “che il dolore serve, proprio come serve la felicità”, ma anche per dirci che i cantautori servono e ne abbiamo davvero bisogno, la verità.

Te ne sei accorto sì,
che passi tutto il giorno a disegnare
quella barchetta ferma in mezzo al mare
e non ti butti mai.

 

 

Binario unico

In queste ore sono le parole più scritte e pronunciate : binario unico.

In queste ore riesco a percepire un altro binario unico che non è quello dove viaggiano i treni, ma quello dove scorre la nostra rabbia, la nostra impulsività, i nostri post con il dito puntato.

Uno in particolare ieri mi ha fatto riflettere e incazzare. Lo riporto qui parola per parola:

“Il Presidente del Consiglio dice che cercherà i responsabili dell’incidente ferroviario di Barletta, credo che quelli dovrebbe individuarli la magistratura. A Renzi spetterebbe il compito di rendere il servizio ferroviario dignitoso, un servizio che è abbandonato, trascurato, sottodimensionato. Muoversi in Puglia, in Calabria, in Campania, in Basilicata, in Sicilia è un’impresa da avventurieri.”

L’autore è Roberto Saviano. Un uomo che da scrittore si è trasformato in un tuttologo saccente. Da molto tempo ormai.

Un uomo che in pochi secondi ha già capito le cause dell’incidente ed individuato i colpevoli. Mentre Saviano scrive questo post non sa che la Barinord è una delle linee ferroviarie più efficienti al Sud, non sa che i treni erano nuovi e non fatiscenti, non sa che il binario unico è un tratto minoritario di quella linea e che peraltro è stato già finanziato il raddoppio.

Lui non sa, non gli interessa. Lui e a quelli come lui, a quotidiani come “Il Giornale”o telegiornali alla “Studio Aperto”, preme soltanto incanalare i nostri pensieri e le nostre emozioni sul binario unico della rabbia fine a sé stessa. Ci colpisce quando siamo più deboli e vulnerabili. Lui non denuncia, pontifica.

Io non penso che il trasporto pubblico al meridione sia decente, anzi. Penso che queste parole qualunquiste e populiste non servano a nulla e a nessuno.

Se è vero che ognuno è libero di scrivere quello che vuole è altrettanto vero che alcuni sono meno liberi di altri e mi riferisco a Saviano. Ci vuole responsabilità.

I doppi binari di cui abbiamo bisogno non sono solo quelli ferroviari, ma anche quelli della ragione, della lucidità e della buona informazione.

“Siamo mezzi svegli in un falso impero”

 

 

Sensibilità

Domenica a Locorotondo, il mio bellissimo paese, ci sono state le elezioni.

Ha vinto una lista, con un netto vantaggio sulle altre due. Fino a qui tutto bene.

Quello che non va bene è altro. C’è una foto che circola oggi nella quale due dei candidati eletti, vengono ritratti insieme ai loro sostenitori più stretti. Alcuni di essi, mostrano fieri il saluto romano. Non parliamo di bambini dell’asilo, ma di ragazzi laureati.

Non voglio condannare nessuno, non mi interessa.

Voglio solo ricordare a questi ragazzi, che incrocio quando vado a pagare le bollette alla posta o la sera quando bevo una birra, una cosa.

Se è permesso loro di essere felici in quella foto, se è permesso loro di festeggiare e abbracciarsi, è solamente perchè qualche anno fa, migliaia di persone hanno sacrificato la propria vita affinchè ci si tornasse a salutare con una stretta di mano, un cenno del capo o un abbraccio.

Non voglio scuse, giustificazioni o dimissioni. Pretendo sensibilità.

“Per evitare di confondere la sensibilità con l’eversione fascista e stragista,
stabiliremo dei limiti.
Definiamo quindi neosensibilismo il nostro modo di essere sensibili.
E tutto si distacca dalle ambiguità di Francesca Mambro
da cui ci dissociamo anche per l’uso sconsiderato e irresponsabile del vocabolario.”

Bowie non è uno che muore

Io non credo nella vita dopo la morte. Non credo a questa storia.

Penso che le cose vadano diversamente. Credo alla vita, a quello che facciamo quando respiriamo. Credo che una volta finito l’ossigeno, riusciamo a tenerci in vita nei racconti delle persone alle quali abbiamo lasciato qualcosa. E’ questa la vita dopo la morte alla quale credo.

Anche se da oggi non ci sarà nessun nuovo disco di David Bowie da aspettare, nessun live da vedere, non è del tutto una brutta giornata.

Oggi è uno di quei giorni in cui ci accorgiamo che le cose che ci uniscono sono di più di quelle che ci dividono. Abbiamo tutti un legame con un pezzo di Bowie ed oggi ce lo siamo ricordati.

Bowie ha reso questo mondo un posto migliore, lasciandoci in eredità decenni di dischi, film e live, ma più di tutto una cosa.

La bellezza.

“Siamo debuttanti assoluti,
non abbiamo molto da perdere.
Fino a quando continui a sorridere,
non c’è nient’altro di cui ho bisogno.
Ti amo senza riserve,
ma siamo veri principianti,
ma se mi ami come t’amo,
ce la faremo”

 

 

 

 

 

 

 

 

La musica che hai nella testa

Questo è sempre stato un blog (miserabile) sulla musica, sui ricordi, sulla nostalgia. Sulla musica che evoca ricordi e provoca nostalgia.

L’altro giorno mentre raccoglievo le olive, è partito nelle cuffie un pezzo dei Coldplay, e mi sono ricordato di un momento ignorante  di un paio d’anni fa. Ed a cascata altri pezzi, che per un motivo o per un altro mi ricordano qualcosa o qualcuno ogni volta che li ascolto.

Un venerdì sera passato a bere birra. Tornando, Will mi fa: “Avanzate Dreghèr (detto alla barese) di festa di altra sera a casa, forse dobbiamo andare per finire di consumare”. Saliamo da lui, prende la chitarra e forse per due ore cerchiamo di suonare e cantare Warning sign con risultati inaccettabili anche per la Corrida. Un po’ per la nostra inettitudine, un po’ per l’alcool in circolo.

 

Ero piccolo, avevo 7 anni e mi piaceva Luca Carboni. Mi piace ancora e vado ancora ai suoi concerti. Era una bella giornata e ballavo nel soggiorno. Alla radio passava “Ci vuole un fisico bestiale” e mi gasavo forte quando arrivava il momento di “sinistra destra oppure dritto”.

 

Autunno 2009. Paolo passa a trovarmi con un cd in mano. Sopra c’è scritto Dario Brunori, nemmeno Brunori Sas, “Ascoltalo, ti piacerà. Sicuro tra un po’ diventa famoso”. Aveva ragione, è successo così. Ho messo il cd e l’ho ascoltata per la prima volta.

 

Alla Feltrinelli nel 2004, quando l’accesso alla musica non era quello di adesso e mi infilavo le cuffie per ascoltare i cd che volevo comprarmi e non potevo.

 

La canzone che ascoltavo in bici un attimo prima di essere scaraventato per aria da una simpatica Alfa Giulietta. Panico, appunto.

 

A colazione in un B&B di Bologna a cantare le canzoni del Sanremo appena trascorso.

 

Pomeriggio di agosto. Passeggiata fuori porta. Un periodo un po’ così. Cercavamo di tirarci su il morale a vicenda. Nel random dello stereo è partito questo pezzo e non è stato necessario dirsi altro.

 

Ed infine questa canzone. Ferrara 5 luglio 2011, fine concerto. La band lascia i microfoni per cantare alla pari. Siamo migliaia, ma tutti riescono a sentire la voce di tutti. Per 5 minuti tutti si conoscono, tutti si riconoscono in poche parole.

“All the very best of us, string ourselves up for love”

Beach House, cose che tornano

Tre anni fa uscì Bloom. Uno di quei dischi che vanno bene per tutte le estati dell’universo e per tutti i viaggi in auto con la mano fuori dal finestrino.

Oggi, dopo tanta attesa, è uscito il singolo che anticipa il nuovo disco.

Suoni che graffiano e lei che canta direttamente dal paradiso.

Finalmente, Beach House.

Consigli per gli acquisti

Il disco che più mi è rimasto nelle orecchie dell’anno appena passato è sicuramente “Fuoricampo” de Thegiornalisti.

Un disco con delle musiche e delle atmosfere che ricordano un bel passato con i piedi piantati nel presente.

Un bellissimo disco pop. Con dei testi di una semplicità disarmante e mai banali.

Quando dico e scrivo che la musica pop salverà il mondo non voglio convincervi che sia in grado di far cessare le guerre.

Sono convinto però, che abbia il potere di farci identificare in qualcosa di comune, di farci riconoscere in episodi di vita passata in cui tutti possiamo riconoscerci.

La musica pop ha la forza di unire le persone.

Tutti credo che possano dire di aver vissuto queste righe:

“La fine dell’estate e delle chiacchiere nel bar,

e delle occhiate dentro il bar,

il profumo dei capelli suoi,

mamma che fitta allo stomaco,

non riesco a muovermi  bene”

Buon ascolto

 

Droghe leggere

Avete presente quella cosa che vi entra nella testa e non ne vuole più uscire.

Quel pezzo che iniziate a cantare anche se non ne conoscete ancora le parole.

Che ballereste all’infinito sotto la pioggia estiva, felici di lasciarvi inzuppare.

Bene.

Secondo me è tipo una cosa del genere.